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La vita e l'opera di Cecilia Mangini

L’opera di Cecilia Mangini è oggi la combattiva testimonianza di un Paese in alcuni dei decenni più vitali e ricchi di trasformazioni, anche dolorose. Nei suoi film, oltre alla passione con cui sono stati realizzati, emerge con forza il grande valore di una memoria condivisa, fondamentale strumento di comprensione del nostro presente. I suoi lavori, rivisti a distanza di anni dalla loro produzione, con-servano intatta la profonda passione civile che ha animato Cecilia Mangini, e l’ha spinta a giocare un ruolo attivo nella vita culturale e politica dell’Italia. Una passione che le ha permesso di essere, nonostante impedimenti produttivi, difficoltà varie, testimone di un intera epoca. Incontrare oggi la regista Cecilia Mangini, significa davvero toccare con mano che cosa è stato un certo cinema do-cumentario per l’Italia della seconda metà del Novecento: un virtuoso connubio di passione civile, volontà di scoperta, desiderio di raccontare un mondo in trasformazione, partecipando, con la propria opera d un grande processo di cambiamento politico-culturale.


La Mangini nasce da padre meridionale e madre toscana. A sei anni la sua famiglia si trasferisce a Firenze, dove la regista avrà la possibilità di compiere i primi passi nel cinema dell’Italia del dopoguerra, dapprima in veste di critica e saggista per importanti ri-viste di settore come Cinema Nuovo, Cinema ’60, Eco del cinema e fondando il cineclub Controcampo, e poi come regista di documentari e sceneggiatrice. L’opera cinematografica di Cecilia Mangini, vissuta sempre in stretta condivisione con suo marito, Lino Del Fra, a sua volta regista e sceneggiatore, rientra pienamente nello spirito che animava gran parte degli intellettuali italiani che, usciti dalla tragedia della dittatura fascista e della guerra, contri-buirono a costruire un ritratto inedito del nostro Paese.


Le devastazioni materiali e morali della guerra svelarono, infatti, un’Italia nascosta fin ad allora dalla propaganda del regime e dal cosiddetto cinema dei telefoni bianchi, e spinsero una serie di giovani autori esordienti a confrontarsi con l’indagine e il racconto della realtà. Il filo conduttore di una lunga carriera iniziata alla fine degli anni Cinquanta, è stato infatti sempre il desiderio di indagare e raccontare i meccanismi che stanno dietro l’apparenza delle cose. Ed è in questo senso che si esprime la profonda politicità dell’opera della Mangini, intesa come partecipazione e passione civile alla vita del Paese, nel tentativo di indurre un cambiamento nella società. Ed esempio di un cinema inteso come valido strumento di indagine sociale e perciò di intervento nella realtà.


Fin dall’inizio della sua lunga carriera Cecilia Mangini si muove dunque nella direzione della scoperta della realtà. Nasce così la collaborazione con Pier Paolo Pasolini, all’insegna della voglia/necessità di raccontare un paese sommerso, portando la luce su un’Italia da sempre ai margi-ni della storia ufficiale. Con Pasolini infatti vennero realizzate due indagini sulle periferie cittadine, Ignoti alla città (1958) e La canta delle marane (1960), quest’ultimo con soggetto tratto dal romanzo Ragazzi di vita. E quello splendido sguardo sulla periferia del mondo contadino, che è il docu-mentario Stendalì (1960), in cui si ricostruisce l’istituto culturale del piangere i morti, attraverso il lamento funebre, con testo curato dallo stesso Pasolini. Stendalì, girato in provincia di Lecce, fa parte di un nutrito gruppo di documentari che, a partire dalla seconda metà  degli anni ’50, e influenzati dalle ricerche dell’antropologo Ernesto De Martino, diedero in qualche modo l’avvio al cinema etnografico italiano post-bellico.
In questo gruppo sono compresi, tra gli altri, i documentari L’inceppata e La passione del grano, firmati da Lino Del Fra, i documentari di Luigi Di Gianni, il celebre La taranta di Gianfranco Mingozzi. Il documentario Stendalì nasce dalle suggestioni del famoso testo di Ernesto De Martino, Morte e pianto rituale, e ricostruisce un rituale della lamentazione funebre in un piccolo paese del Salento, Martano. Cecilia Mangini, Lino Del Fra e gli altri registi che collaborarono direttamente con Ernesto De Martino, venivano al Sud, attratti dalla possibilità di raccontare con immagini forti, aspetti inediti dell’Italia, proprio negli anni in cui il Sud viveva un momento di grande trasformazione economico-sociale, iniziato con le grandi lotte agrarie. Soprattutto il rituale, da segno di superstizione e arretratezza, diventava l’espressione di una soluzione culturale alla precarietà dell’esistenza delle fasce più deboli della popolazione.


Stendalì conserva ancora oggi una forza e un grande impatto visivo ed emotivo, nonostante, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua realizzazione, quel mondo che racconta sia ormai scomparso. Negli anni successivi temi principali dei documentari di Cecilia Mangini saranno la fabbrica, la condizione femminile e giovanile, raccontati con il preciso intento di svelare i meccanismi dell’allora nascente capitalismo italiano e di rivelare i drammi sociali che si nascondevano dietro il boom economico, e che le cronache trionfanti di un nuovo regime fingevano volutamente di non vedere. Cecilia Mangini ha potuto raccontare così la condizione delle lavoratrici di Essere donne, del 1965: tabacchine, braccianti, emigranti che vedevano nella fabbrica un salto di qualità per la propria esistenza.

Con Brindisi ‘66 (1966), l’impatto del grande petrolchimico Monteshell sulla città  di Brindisi e la nascita di una classe operaia, accompagnando nelle sue lunghe fughe in motorino, Tommaso (1965), giovane brindisino con il sogno di entrare nella grande fabbrica appena impiantata. In Comizi d’amore ‘80 Cecilia Mangini, raccogliendo la grande lezione pasoliniana, traccia uno straordinario affresco dei cambiamenti di mentalità in materie come l’amore e la sessualità , andando tra l’altro ad intervistare gli operai dell’Italsider di Taranto, stupiti loro stessi che la fabbrica avesse dato una svolta ai loro rapporti con l’altro sesso, e parlando con le donne del leccese alle prese con la legge sull’aborto. Infine in Domani vincerà (1969) raccontando i figli degli emigrati meridionali che nel Centro Nord, per uscire dall’emarginazione e dalla povertà, inseguivano il mito della boxe. Ulteriore ambito del cinema di Cecilia Mangini è quello più propriamente storico-politico.


Uno dei suoi lavori più conosciuto è infatti Allarmi siam fascisti! (1962) realizzato insieme a Del Fra e Lino Miccichè. Questo film, composto esclusivamente di materiale di repertorio che va dall’inizio del Novecento fino ai fatti di Genova nel 1960, indaga il fascismo dalle sue origini, all’appoggio del capitalismo agrario e industriale, fino alle sue successive ramificazioni nei vari Paesi europei. In questo ambito della produzione della Mangini rientrano anche la produzione del lungometraggio Stalin (1963), film scomodo e sottoposto a numerosi tagli di censura, tanto da essere rifiutato dai suoi stessi autori; la sceneggiatura de La villeggiatura (1972) di Marco Leto, uno dei migliori film politici degli anni ’70, e infine Antonio Gramsci. I giorni del carcere (1977), per la regia di Lino Del Fra, in cui vengono ricostruiti, con grande rigore storico, le giornate di Gramsci nel carcere pugliese di Turi.

Da http://www.giuseppeborsoi.it/2009/05/06/trieste-il-neorealismo-fotografico-di-cecilia-mangini-ospite-donore-al-nododocfest/ 


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