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I funerali di Jan Palach

Il 16 gennaio del 1969, in piazza San Venceslao, a Praga, un giovane studente di filosofia, Jan Palach, in segno di protesta contro l'invasione delle truppe sovietiche, si cosparse di benzina e si diede fuoco. I suoi funerali, celebrati il 25 gennaio 1969, vennero seguiti da quasi un milione di persone.
Jan Palach faceva parte di un gruppo di ragazzi, che avevano deciso di immolarsi per attirare l'attenzione di tutto il mondo su quell'occupazione militare che i sovietici volevano far apparire come dettata dalla volontà popolare.
Almeno altre sette persone, in Cecoslovacchia, seguirono il suo esempio (tra esse il fraterno amico Jan Zajíc),
La chiesa cattolica, notoriamente contraria al suicidio, difese il gesto estremo compiuto da Palach, affermando che: "Un suicida in certi casi non scende all'Inferno" e che "non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita". Jan portava con sé uno zaino che lasciò cadere in terra  prima di darsi fuoco; al suo interno vennero rinvenuti degli appunti e degli articoli, che furono considerati una sorta di testamento politico.
Tra le dichiarazioni trovate spicca questa:
"Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zprav (giornale delle forze di occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà".
Firmato: la torcia numero uno.
La sua tomba, nel cimitero di Olsany, divenne presto un luogo di culto, dove i dissidenti del regime comunista andavano a porgere il loro silenzioso saluto in segno di protesta contro la dittatura. Le autorità, preoccupate per questo crescente fenomeno di massa, decisero, nel 1973, di allontanare le spoglie di Palach e traslare i resti del suo corpo a Vsetaty, a pochi chilometri dal suo luogo di nascita.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, la figura di Palach venne rivalutata e nel 1990 il presidente della Repubblica  Vaclav Havel gli dedicò una lapide per commemorare il suo sacrificio in nome della libertà.
Dall’ottobre del 1990 le sue ceneri si trovano di nuovo nel cimitero di Olsany.
In Archivio è conservato uno bellissimo documento di 5’ (un 35 mm in b/n riversato su Beta digitale) dove scorrono in lenta successione immagini della camera ardente, allestita all'interno di un cortile dell'Università Carolinum di Praga con toccanti immagini della folla che sfila in silenzio davanti alla bara e si stringe intorno alla madre e ai fratelli di Palach; della cerimonia commemorativa col discorso del ministro dell'educazione Vilibald Bezdíček davanti ai rappresentanti del corpo accademico, ai delegati delle fabbriche e delle organizzazioni sociali e a moltissimi studenti e cittadini; dell’imponente corteo funebre che attraversa il centro storico e giunge in piazza San Venceslao; della funzione religiosa nel cimitero di Olsany.
 


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